Instacart: la spesa al supermercato non sarà più la stessa

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Nel mondo dell’home delivery, quindi di spesa ordinata via internet e consegnata direttamente a casa, c’è una novità negli Stati Uniti che sta prendendo piede e su cui sono in tanti in questo momento a posare gli occhi. Soprattutto i grandi venture capital, finanziatori di aziende ad alto tasso di crescita, hanno deciso di scommettere pesantemente su questa azienda fondata appena 2 anni fa e che già oggi raggiunge una capitalizzazione di oltre 2 miliardi di dollari.

Instacart è per il consumatore un banalissimo sistema di ordine tramite smartphone, tablet o pc che ti consente di ricevere la spesa direttamente a casa. Qual’è la novità? Innanzitutto puoi scegliere da una serie di negozi, in quanto non ė un sistema proprietario di una catena della distribuzione tradizionale. Quindi hai la possibilità di scegliere di comprare dal grande ipermercato o dallo specialista di ortofrutta.
Inoltre garantisce tempi di consegna in appena un’ora, e questo ne fa la più rapida di gran lunga in tutto il mercato.
Il costo del servizio è di circa 9 dollari se si vuole la consegna in un’ora e di 6 se invece si possono attendere 2 ore.

A preparare la spesa sono terzi soggetti pagati fino a 25 dollari l’ora e comunque in maniera flessibile rispetto al lavoro svolto. A consegnare le sacche sempre trasportatori autonomi, pagati a viaggio. Instacart quindi non tocca mai fisicamente la merce, non ha un’esposizione finanziaria, non ha differenze inventariali e i costi per lavoro o servizi sono interamente variabili.
Questo business model garantisce ad Instacart una grande flessibilità, accessibilità al mercato e scalabilità del business. Oggi è infatti presente solo in 15 città ma sta pianificando un allargamento rapidissimo in centinaia di nuove città nei prossimi mesi. Il tutto con investimenti ridottissimi rispetto al fatturato potenziale. Il grosso delle spese d’esercizio è quindi rappresentato dalle spese marketing e dal customer care.
Il margine è rappresentato da un lato dal fee pagato dallo shopper per la consegna. Dall’altro da un mark-up sui prezzi praticati al pubblico. Questo fa quindi di Instacart una soluzione meno competitiva rispetto al supermercato tradizionale. È per questo che il management di Instacart ha intavolato una serie di accordi con alcune catene in maniera tale da ottenere una scontistica da inserire nel Price model. In cambio il trade riceve l’esclusiva per il format di appartenenza e di conseguenza il traffico di clienti sottostante.
Tuttavia Instacart non è ancora in utile. Il fatturato complessivo é appena di 10 milioni di euro, malgrado cresca ad un tasso del 280%. Sarà quindi necessario capire come evolverà il conto economico a seguito dell’allargamento a nuove città e a nuovi partner commerciali.

La cosa certa è che realtà a supporto della classica distribuzione nasceranno come funghi, esponendo per certi versi il distributore tradizionale ad una perdita di contatto con il cliente. O meglio, il cliente non sarà più di chi gestisce la movimentazione della merce, ma di chi è in grado di inserirsi nella shopping journey del consumatore, sempre più digitale. E in tal caso la partita sul classico negozio si giocherà sempre maggiormente sulla efficentazione dei costi di gestione e su un più rapido e spietato confronto prezzi.

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