Esportare l’alimentare Made in Italy. Perchè non in Africa?

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Recentemente un articolo del The Economist, riferendosi alla piccola industria alimentare italiana, intitolava: “Esportare o Morire”. L’articolo entrava nel dettaglio della situazione di mercato italiano, da tempo in sofferenza nei consumi e caratterizzato da una forte frammentazione della distribuzione, anche nel caso delle insegne nazionali. In questo fosco panorama riportava invece un esempio di chi per crescere ha scelto la strada dell’export, Biscotti Corsini, presente ormai da qualche anno in UK attraverso Sainsbury’s (vai all’articolo).

L’esempio di Corsini, azienda da circa 15 milioni di euro di fatturato, accende una luce su tutte quelle aziende alimentari italiane (tante) dotate di know how, tecnologia e spesso anche risorse finanziarie che oggi giorno fanno un’enorme fatica a ripetere nel solo mercato italiano le vendite dell’anno precedente. Ecco che in tanti quindi si guardano attorno, ma non sempre entrare negli altri mercati europei è semplice. Passare da Tesco &Co può risultare estremamente oneroso. Qualche anno fa Zuegg produsse invece per i tedeschi di Lidl, ma a delle condizioni esageratamente basse. Dopo non molto dovette mollare la presa.

Ecco allora che ci si interessa ai paesi in via di sviluppo, e quando si parla di paesi in via di sviluppo viene subito da pensare alla Cina. Dimenticandoci invece che il più importante mercato in via di sviluppo ce l’abbiamo dietro l’angolo, ad appena 200 Km dalla mia città natale.

Parlare dell’Africa è in realtà un discorso molto ampio, dato che l’Africa è un Continente caratterizzato da tanti stati, etnie e lingue. Nell’ultimo periodo tuttavia si stanno affermando alcuni paesi che iniziano ad avere dei mercati di dimensioni notevoli, ma soprattutto un potenziale di vendita alimentare enorme in un’ottica decennale.

Partiamo innanzitutto dal presupposto che il continente Africano ha una popolazione che supera il miliardo di abitanti, è caratterizzata da economie che negli ultimi 3 anni sono cresciute mediamente del 10,7% all’anno e nei prossimi 5 anni ci si aspetta cresca ad un tasso del 7,7% annuo (World Economic Outlook Database, Deloitte analysis).

Il Nord Africa è caratterizzato da una buona redistribuzione dei redditi. La classe media supera il 75% della popolazione in Egitto, Tunisia, Algeria e Marocco. Ma ad attrarre in questo momento l’attenzione degli investitori internazionali sono i paesi dell’Africa Subsahariana, che può annoverare le due economie più grandi del continente (Sudafrica e Nigeria) e che presenta un tasso di crescita maggiore rispetto al Nord.

La Nigeria sembra essere il nuovo fenomeno. Malgrado presenti ancora una certa instabilità legata alla minaccia islamica (cristiani e munsulmani sono 50% e 50%), si tratta di un mercato di 160 milioni di persone, un Pil di quasi 400 Miliardi di dollari e un’aspettativa di crescita del 9% annuo per i prossimi 5 anni. Le multinazionali presenti nel paese nel 2014 hanno riportato crescite a doppia cifra: Unilever +63%, Nestlè +75%, Glaxo del 93% (FT). Diageo oramai vende più Guinness in Nigeria che in qualunque altro paese al mondo (Irlanda compresa). Heineken presente nel paese da tempo continua a crescere del 10% all’anno e attende l’emergere di un potenziale enorme della popolazione (attualmente 10 lt di consumo procapite annui contro una media europea di oltre i 100).

Ecco perchè per i produttori alimentari italiani possono essere più interessanti i mercati Africani, privi di una produzione locale avanzata, rispetto alla Cina, oramai strutturata e dotata di una forte classe imprenditoriale.

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